Gianfranco Tognarelli: pittura in libertà

 

Siamo al quarto anno di lavoro dell’Orcio d’Oro (2020-2023), e aprire con Gianfranco Tognarelli ci riempie di soddisfazione.

Abbiamo intitolato questa presentazione “pittura in libertà”, con qualcosa di più di un riferimento alla pittura futurista, la prima in Italia che si liberò dalle pastoie del naturalismo, andando a cercare altre strade, che parevano più proficue, quelle di Boccioni e di Balla, di Carrà e Depero, o dell’aero futurismo di artisti come Gerardo Dottori.

 

Tutte figure secondo me importanti per Tognarelli, come essenziale è stato il suo rapporto con un pittore apparentemente realista, che tornò da Parigi nel 1940, con una vera e propria indigestione di colore. Stiamo parlando di Anton Luigi Gajoni, che arrivò a San Miniato in quell’anno per restarvi tutta la vita, fino al 1966, anno appunto della sua scomparsa. Gajoni è un pittore straordinario che Tognarelli conobbe, anche se per pochi incontri, ma dalla cui opera fu - insieme ai suoi compagni di corso – folgorato, e sul quale scrisse la sua tesi all’Accademia di Firenze. Una tesi che racconta soprattutto il senso del colore, quello che nei primi lavori - nelle Chiese di tutto il territorio – significava appunto una grande libertà creativa, alla base anche delle prime opere di Tognarelli, dove il naturalismo della figura è quasi in contrasto con il forte cromatismo che governa il quadro e che prelude al momento successivo, quello della perdita progressiva della figuratività, ma non della forma.  Dietro alle sue opere, anche quelle recentissime, noi troviamo il colore che si dispone in precise campiture, così come nei quadri del futurismo storico, che rispondevano – anche loro - ad una formidabile libertà espressiva. La stessa perseguita da Tognarelli.

Leggiamo in questa mostra, le cose che abbiamo appena detto, ma anche altre. Ad esempio, alcune di questi quadri assomigliano, almeno per noi, a bozzetti di scenografie teatrali, anche stavolta con riferimenti importanti, da Picasso a Léger, o ad altri che cercavano di influenzare gli attori e gli spettatori con un uso non naturalistico della scala cromatica, ma anche della geometria del palcoscenico, che veniva messo in discussione, dentro un orizzonte lirico, portato su un piano di estrema fantasia. 

Poi, anche la libertà di cui parlavamo, può essere legata ad una pittura ispirata dalla musica, in particolare al jazz, con un omaggio espresso chiaramente nei titoli di alcune sue opere. Insomma, un pittore libero Gianfranco Tognarelli, che si lascia portare dalla suggestione della tavola o della tela e che lavora con la qualità del maestro.

Non è un caso se, a fianco di una lunga carriera di pittore, l’artista può anche vantare un altrettanto significativo lavoro nell’ambito dell’incisione, tra l’altro con una splendida esposizione nel tempio fiorentino dell’acquaforte, quel luogo mitico in fondo a via San Niccolò, dove hanno lavorato alcuni monumenti dell’incisione contemporanea, da Picasso a Henry Moore, da Guttuso a Severini, grazie a Maria Luisa Guaita e ad altri protagonisti dell’arte del secondo dopoguerra.

 

C’è poi una stretta parentela, con altri pittori, ad esempio con Toti Scialoja, ma anche – non paia una bestemmia – con Alberto Savinio, il fratello di Giorgio De Chirico. Non dobbiamo, naturalmente, farci fuorviare dall’iconografia del grande artista, le sue donne lumache, gli eroi dai volti di bestie, ci interessa l’uso del colore e soprattutto la forma che questo assume nel quadro. In questo modo scopriamo che Tognarelli ha semplicemente portato un po’ più avanti il discorso dei suoi predecessori, da Gajoni appunto fino a Savinio, ma anche tanti altri (Kandinskij, Guttuso e avanti ancora). I suoi quadri hanno conformazione analoga, rimandano a mondi diversi, ma paralleli, tutt’altro dunque che pittura astratta, distante anche dall’arte informale, qualcosa invece che rimanda ad una “pittura in libertà” che resta però all’interno di canoni consueti. “La libertà espressiva – scrive proprio Tognarelli – può essere libertà di scegliere di volta in volta i propri vincoli”. Che è come dire, che al pittore resta ben poco di questa apparente disponibilità della sua arte. Rimane ingabbiato, dentro ai propri limiti espressivi.

È come il musicista, che sceglie – come John Cage – il “silenzio”, ma viene da subito esaltato anche dalla critica più rigorosa, persino dal pubblico. Tutti attenti alla sua arte e alla ricerca dell’espressione pura, che non disdegna di comporre il silenzio. Lo stesso per Tognarelli, lui scrive in stampatello grande le parole della sua fede, che sono Libertà, Leggerezza e Luminosità. Certo occorre questo per entrare nel suo mondo e nelle sue opere, ma occorre anche altro: senso del colore, senso della musica, senso della forma. Contraddicendo in qualche modo quella specie di Vangelo a cui Tognarelli dice di far riferimento.

 

“Quando uno decide di essere pittore, si dovrebbe tagliare a lingua”, dice ancora, parafrasando Matisse. “Dipingere è cercare e talvolta trovare sintonia tra noi, il nostro lavoro e la realtà che ci circonda” e ancora “I miei sono lavori nei quali si evocano sensazioni, non sono descrizioni”. Insomma, al di là dei tentativi di raccontarsi e di spiegarsi, leggiamo in questo pittore la felicità e a volte il dramma di una ricerca di spessore, che tenta di rappresentare il mondo e il suo colore con la pittura o sulla lastra. Troviamo così, basta scrostare una patina a volte leggerissima, quadri che rappresentano la guerra, o altri momenti altrettanto drammatici, ma anche opere ispirate alla musica e a quanto di bello essa contiene, la gioia il piacere, altre situazioni in cui l’uomo è talvolta in pace con se stesso, si lascia vincere dalla forza del colore, in un salotto privato o in uno spazio pubblico.

Quelle di Tognarelli restano opere importanti, ma anche quadri davvero piacevoli che possono ben arredare la nostra vita.

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