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Metamorfosi della visione
“In anni e anni ho osservato che la bellezza, come la felicità, è frequente. Non passa un giorno senza che noi si stia, per un momento, in paradiso.” Jorge Luis Borges
La pittura di Tognarelli si presenta come un viaggio nella modernità compiuto attraverso una dimensione onirica e sognante, frutto di una ricerca costante di evocazione e poesia. Gianfranco Tognarelli è uno dei pittori più interessanti che operano attualmente nel panorama toscano. Tognarelli, pittore e incisore, è nato a Pontedera nel 1949 e, dopo il diploma tecnico, ha frequentato la scuola libera del nudo e l’Accademia di Belle Arti di Firenze, conclusa nel 1973 con una tesi sul pittore Anton Luigi Gajoni. Nel suo percorso formativo sono state decisive la conoscenza di Gajoni e la sua lezione coloristica. Ha esordito alla fine degli anni Sessanta con opere figurative, dalla fine degli anni Ottanta i suoi dipinti di animazione panica hanno assunto suggestioni oniriche e riferimenti mitici. Poi si è orientato verso una realtà più interiore fino all’approdo nell’attuale ciclo di “Transiti” rappresentativo di una realtà “sommersa” più che astratta. Rispetto a talune ricerche di arte contemporanea che riescono soltanto a creare rumore, a stupire con le loro trovate occasionali, avvicinarsi alla pittura di Tognarelli significa entrare in contatto con un vero poeta che, con rara sensibilità, approda ad un mondo di verità e ad una coerenza interna che gli permettono di affrontare luoghi inesplorati, toccando l’emozione della poesia e del nostro vivere. È un diario visionario che non si lascia dimenticare, un work in progress che ci accompagnerà, anche in futuro, con dolcezza e armonia. La pittura di Tognarelli rappresenta un viaggio profondo nell’intimità dello spirito umano, un racconto onirico che approda in un astrattismo informale pieno di suggestioni ed evocazioni, svelati magicamente dall’arte della pittura. Il primo riferimento di questa partitura scenica complessa rimanda alla musica, alle sue forme di composizione, all’armonia, ai silenzi, al senso di infinito. La struttura assolutamente lirica e libera dell’artista riesce a commuovere e rimanda ad una elaborazione concettuale che ha ritmi sospesi della musica: è un viaggiare tra sogno e realtà, luce e buio, notturni e chiare albe. Come confessa l’artista: “Possiamo dire che nasco come pittore naturalista, intendendo con “naturalismo” un’attenzione spiccata verso la realtà. Però la mia intenzione non è mai stata quella di rappresentare il paesaggio in modo fotografico, in maniera esatta; era una ricerca formale che si poneva in rapporto con tutto quello che vedevo, ricercando sempre una continuità nella forma e nel colore di ciò che andavo a dipingere. Quando lavoro dal vero non mi interessa il soggetto in quanto soggetto. Non mi interessa l’albero o la natura morta, mi interessano le forme. Non copio semplicemente la realtà che vedo, ma cerco di andare oltre in una ricerca più profonda e complessa. Negli anni c’è stata chiaramente un’evoluzione del mio linguaggio, sono passato da immagini più realiste ad immagini più libere e d’invenzione, direi quasi astratte. Nella pittura parto prima di tutto dal colore, ma poi accanto c’è sempre una ricerca di forme, di movimento, di luce. Credo di fare sempre la stessa pittura, ma attraverso una ricerca, degli stili e dei processi ideativi diversi.” Per Tognarelli la pittura è ricerca, viaggio, emozione, sentire la materia ed il colore, approdare ad un sentimento profondo che penetra nella realtà delle cose, in un mare dell’oggettività. La sua arte è una sfida al labirinto della società contemporanea, penetrare dove l’ombra si addensa, dove il mistero è più fitto. Per questo accade che in alcuni quadri prevalgono toni scuri, notturni, ma, puntualmente, lacerati da frammenti e squarci di luce. Altre volte il registro cromatico è chiaro, più colorato, segni e cifre su composizioni della tela, quasi un alfabeto, un ideogramma, una danza con movenze e ritmi musicali. Credo che l’arte di Tognarelli indichi un suo viaggio personale verso la poesia, un modo di porsi sulla via della felicità in modo originale, c’è un’idea di mondo al centro di ogni sua elaborazione artistica, ogni dipinto diventa frammento di un disegno complessivo, costruzione di una metamorfosi della visione, di un guardare le cose con lo stupore e gli occhi di un bambino. Come scrive il critico Nicola Micieli: “Tognarelli è soprattutto concentrato sui passaggi interni, i passaggi genetici ed evolutivi che si compiono nel laboratorio della pittura, per segni e linee e masse e colori e infine contrasti di luce e ombra.” Come ci ha detto Tognarelli la sua ricerca non avrà mai fine, una continua ricerca di verità e poesia di memoria calviniana: “Il lavoro che sto facendo credo che sia una ricerca di leggerezza, anche rispetto ad alcuni miei lavori del passato, più figurativi, che adesso avverto come troppo pesanti. Comunque, in Calvino ritrovo una molteplicità di mondi e sensazioni, per cui accanto alla leggerezza ci sono altri valori come la velocità o la rapidità, oppure in altri scritti ci fa scoprire che Galilei era non solo un grande scienziato, ma anche una grande scrittore. Quindi il valore della leggerezza a cui tendo si accompagna sempre in Calvino ad altri valori ed alla profondità di una ricerca che non ha mai fine.” Un pittore di grande qualità, un testimone attento alla stagione dell’arte contemporanea, come suggerisce il critico Andrea Mancini:” Lui scrive in stampatello grande le parole della sua fede, che sono Libertà, Leggerezza e Luminosità. Certo occorre questo per entrare nel suo mondo e nelle sue opere, ma occorre anche altro: senso del colore, senso della musica, senso della forma.”
Riccardo Ferrucci |
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Gianfranco Tognarelli: pittura in libertà
Siamo al quarto anno di lavoro dell’Orcio d’Oro (2020-2023), e aprire con Gianfranco Tognarelli ci riempie di soddisfazione. Abbiamo intitolato questa presentazione “pittura in libertà”, con qualcosa di più di un riferimento alla pittura futurista, la prima in Italia che si liberò dalle pastoie del naturalismo, andando a cercare altre strade, che parevano più proficue, quelle di Boccioni e di Balla, di Carrà e Depero, o dell’aero futurismo di artisti come Gerardo Dottori.
Tutte figure secondo me importanti per Tognarelli, come essenziale è stato il suo rapporto con un pittore apparentemente realista, che tornò da Parigi nel 1940, con una vera e propria indigestione di colore. Stiamo parlando di Anton Luigi Gajoni, che arrivò a San Miniato in quell’anno per restarvi tutta la vita, fino al 1966, anno appunto della sua scomparsa. Gajoni è un pittore straordinario che Tognarelli conobbe, anche se per pochi incontri, ma dalla cui opera fu - insieme ai suoi compagni di corso – folgorato, e sul quale scrisse la sua tesi all’Accademia di Firenze. Una tesi che racconta soprattutto il senso del colore, quello che nei primi lavori - nelle Chiese di tutto il territorio – significava appunto una grande libertà creativa, alla base anche delle prime opere di Tognarelli, dove il naturalismo della figura è quasi in contrasto con il forte cromatismo che governa il quadro e che prelude al momento successivo, quello della perdita progressiva della figuratività, ma non della forma. Dietro alle sue opere, anche quelle recentissime, noi troviamo il colore che si dispone in precise campiture, così come nei quadri del futurismo storico, che rispondevano – anche loro - ad una formidabile libertà espressiva. La stessa perseguita da Tognarelli. Leggiamo in questa mostra, le cose che abbiamo appena detto, ma anche altre. Ad esempio, alcune di questi quadri assomigliano, almeno per noi, a bozzetti di scenografie teatrali, anche stavolta con riferimenti importanti, da Picasso a Léger, o ad altri che cercavano di influenzare gli attori e gli spettatori con un uso non naturalistico della scala cromatica, ma anche della geometria del palcoscenico, che veniva messo in discussione, dentro un orizzonte lirico, portato su un piano di estrema fantasia. Poi, anche la libertà di cui parlavamo, può essere legata ad una pittura ispirata dalla musica, in particolare al jazz, con un omaggio espresso chiaramente nei titoli di alcune sue opere. Insomma, un pittore libero Gianfranco Tognarelli, che si lascia portare dalla suggestione della tavola o della tela e che lavora con la qualità del maestro. Non è un caso se, a fianco di una lunga carriera di pittore, l’artista può anche vantare un altrettanto significativo lavoro nell’ambito dell’incisione, tra l’altro con una splendida esposizione nel tempio fiorentino dell’acquaforte, quel luogo mitico in fondo a via San Niccolò, dove hanno lavorato alcuni monumenti dell’incisione contemporanea, da Picasso a Henry Moore, da Guttuso a Severini, grazie a Maria Luisa Guaita e ad altri protagonisti dell’arte del secondo dopoguerra.
C’è poi una stretta parentela, con altri pittori, ad esempio con Toti Scialoja, ma anche – non paia una bestemmia – con Alberto Savinio, il fratello di Giorgio De Chirico. Non dobbiamo, naturalmente, farci fuorviare dall’iconografia del grande artista, le sue donne lumache, gli eroi dai volti di bestie, ci interessa l’uso del colore e soprattutto la forma che questo assume nel quadro. In questo modo scopriamo che Tognarelli ha semplicemente portato un po’ più avanti il discorso dei suoi predecessori, da Gajoni appunto fino a Savinio, ma anche tanti altri (Kandinskij, Guttuso e avanti ancora). I suoi quadri hanno conformazione analoga, rimandano a mondi diversi, ma paralleli, tutt’altro dunque che pittura astratta, distante anche dall’arte informale, qualcosa invece che rimanda ad una “pittura in libertà” che resta però all’interno di canoni consueti. “La libertà espressiva – scrive proprio Tognarelli – può essere libertà di scegliere di volta in volta i propri vincoli”. Che è come dire, che al pittore resta ben poco di questa apparente disponibilità della sua arte. Rimane ingabbiato, dentro ai propri limiti espressivi. È come il musicista, che sceglie – come John Cage – il “silenzio”, ma viene da subito esaltato anche dalla critica più rigorosa, persino dal pubblico. Tutti attenti alla sua arte e alla ricerca dell’espressione pura, che non disdegna di comporre il silenzio. Lo stesso per Tognarelli, lui scrive in stampatello grande le parole della sua fede, che sono Libertà, Leggerezza e Luminosità. Certo occorre questo per entrare nel suo mondo e nelle sue opere, ma occorre anche altro: senso del colore, senso della musica, senso della forma. Contraddicendo in qualche modo quella specie di Vangelo a cui Tognarelli dice di far riferimento.
“Quando uno decide di essere pittore, si dovrebbe tagliare a lingua”, dice ancora, parafrasando Matisse. “Dipingere è cercare e talvolta trovare sintonia tra noi, il nostro lavoro e la realtà che ci circonda” e ancora “I miei sono lavori nei quali si evocano sensazioni, non sono descrizioni”. Insomma, al di là dei tentativi di raccontarsi e di spiegarsi, leggiamo in questo pittore la felicità e a volte il dramma di una ricerca di spessore, che tenta di rappresentare il mondo e il suo colore con la pittura o sulla lastra. Troviamo così, basta scrostare una patina a volte leggerissima, quadri che rappresentano la guerra, o altri momenti altrettanto drammatici, ma anche opere ispirate alla musica e a quanto di bello essa contiene, la gioia il piacere, altre situazioni in cui l’uomo è talvolta in pace con se stesso, si lascia vincere dalla forza del colore, in un salotto privato o in uno spazio pubblico. Quelle di Tognarelli restano opere importanti, ma anche quadri davvero piacevoli che possono ben arredare la nostra vita. |